Del Maestro delle Serrande Dipinte

Tag

, , ,

Maestro delle Serrande dipinte

Maestro delle Serrande dipinte

Non c’è nulla da fare. Le storie a volte premono da sole per emergere e tu puoi aver pensato a tante possibili cose da raccontare, ma ce n’è una che alla fine le batte tutte.

Maestro della Madonna di Strauss

Maestro della Madonna di Strauss

E non è detto che sia la migliore, o la più intelligente.
E’ quella che arriva prima sul pezzo di carta.
Questa è la storia del Maestro delle Serrande Dipinte.
Invero potrebbe essere pure una Maestra, per quel che ne so.
E poi in una storia vera ci dovrebbe essere un inizio ben collocabile nel tempo e nello spazio, ed una evoluzione, a volte anche una fine. Questa invece è una storia sospesa nel tempo ed in fondo anche nello spazio. Di certo la sua storia mi piace pensarla simile a quei pittori del duecento e del trecento che vengono chiamati con questo appellativo di Maestro. Sono tutti quegli artisti che stanno a metà tra il pittore ignoto, che ha lasciato dietro di se una traccia troppo flebile per essere seguita un po’ più in là di una singola opera, e i pittori famosi che si sono impegnati in opere anche dal profondo rinnovamento: Cimabue, Giotto, Beato Angelico, tra gli altri.

Maestro della Madonna del Parto

Maestro della Madonna del Parto

Il Maestro è qualcuno che ha aperto una strada, ha lasciato una traccia incisiva, di cui a volte si può rintracciare una scuola.Il Maestro della Madonna Strauss o il Maestro della Madonna del Parto sono anonimi, poiché di essi non ci resta il nome, ma non sono ignoti poiché a essi si riconoscere un carattere distintivo che accomuna una prima opera ad un gruppo di altre. Non si sa quando son nati né quando son morti, ma si può con ragionevole certezza stabilire il periodo nel quale sono stati attivi.
Forse di questi Maestri si può affermare che, essendo la pittura in antico sostanzialmente precluse alle donne, fossero davvero Maestri e non Maestre, per quanto il fatto che non ci giunga il nome a me qualche dubbio me lo fa sorgere la cosa, e mi lascia pensare che sotto quelle spoglie camuffate si possa nascondere pure la mano di una donna temeraria.
E se così fosse esse sarebbero quindi molte di più di quelle che sappiamo.
E’ proprio il fatto che si possa riconoscere un carattere unico e ben preciso che contraddistingue le sue serrande, rendendole riconoscibili al primo sguardo che mi induce a pensare che esista un Maestro delle Serrande Dipinte
La poetica è semplice come quella di un bambino che parli al mondo degli adulti.

Maestro delle Serrande Dipinte

Maestro delle Serrande Dipinte

Un apripista della serranda dipinta. Un pioniere di cui se devo immaginare il percorso me lo figuro come uno che con i colori nella borsa si sia mosso dalla periferia alla conquista del centro della città, in maniera rispettosa sebbene determinata. Alcune delle saracinesche del Maestro delle Serrande forse chiudono attività commerciali ormai da molto tempo in maniera definitiva e ci raccontano una storia passata. Ma i colori del Maestro delle Serrande Dipinte continuano a essere brillanti e non hanno perso il loro brio, lasciandoci immaginare che dietro quelle saracinesche chiuse ci sia ancora fervore e soprattutto lavoro.
Non c’è ambiguità nel messaggio, nessun effetto speciale. Niente ombre, nessuna tridimensionalità.
Sono piccoli mondi colorati, che con grazia strappano un sorriso e ci rendono il cammino del primo mattino o quello serale di ritorno più piacevole e familiare.

Cliccando sulla foto si apre una galleria immagini dedicata al Maestro delle Serrande dipinte.

Cliccando sulla foto si apre una galleria immagini dedicata al Maestro delle Serrande dipinte.

E qualcosa rimane

Tag

, , , , ,

Ripasso a cadenze irregolari a visitare i muri, vederne le evoluzioni,

Nostra Signora del Futtebol - Ex Voto

Nostra Signora del Futtebol – Ex Voto

i cambiamenti, le aggiunte, le superfetazioni. Ripasso come si fa con gli amici. Con quelli più vecchi. Con il piacere e la sicurezza di trovare sempre un luogo nel quale in qualche misura ritrovarsi.
Strano effetto perciò mi ha fatto ritrovarmi davanti alla Nostra Signora del Futtebol di Ex Voto che tanto a lungo aveva resistito ed era entrata quasi nella tradizione quotidiana dei tifosi romanisti del Testaccio.
Altre volte l’immagine sacra era stata fatta oggetto di rabbia, ma a lungo aveva resistito, forse perché maggior rabbia suscitava l’ampio cratere ormai invaso da erbacce che era invece il campo dell’Associazione Sportiva Testaccio.
Certo non era più quello storico su cui la Roma aveva giocato dal 1929 al 1940, ma lo aveva sostituito nella pratica, che nella memoria e nel cuore quello era rimasto.

Dal 1930 ad oggi

Dal 1930 ad oggi

Speculazioni moderne su affetti antichi. Scempi moderni su bisogni quotidiani di un quartiere tutto sommato povero di spazi all’aperto.

Nostra Signora del Futtebol - Ex Voto

Nostra Signora del Futtebol – Ex Voto

Ma come succede a volte per strada ad un evento distruttore ne può seguire uno se non proprio riparatore, almeno consolatore
E così la Nostra Signora del Futtebol si ritrova a sua volta protetta da una compassionevole altra Madre con Bambino.

Nostra Signora del Futtebol - Ex Voto

Nostra Signora del Futtebol – Ex Voto

L’effetto è straniante e a me ha fatto pensare ai versi della famosa canzone di De Gregori:

 

“…E qualcosa rimane,
fra le pagine chiare e le pagine scure,
e cancello il tuo nome dalla mia facciata
e confondo i miei alibi e le tue ragioni,
i miei alibi e le tue ragioni.
Chi mi ha fatto le carte
mi ha chiamato vincente, ma uno zingaro è un trucco.
E un futuro invadente, fossi stato un pò più giovane,
l’avrei distrutto con la fantasia,
l’avrei stracciato con la fantasia. ….”

D’altra parte il rimmel, si sa, è un cosmetico impiegato nel trucco degli occhi.

Dell’ora d’aria

Tag

, , , , , , , , , ,

Salgo la scala. Gli scalini bassi e larghi, consumati.

Diego Miedo, Arp e Zolta - Je so' pazzo

Diego Miedo, Arp e Zolta – Je so’ pazzo

Sto facendo quello che ho fatto tante volte.
Conduco persone a vedere muri. Muri che per me parlano. Cerco ci tradurre questi muri anche per gli altri. Dare una chiave di lettura. Suggerire che non sia barbarie. Parole. Comunicazione. Racconto.
In cima alla scala, lo so, c’è il muro dipinto da Diego Miedo, Arp e Zolta.
Lo so. Ed infatti non è questa la mia meta. Dovrei, vorrei, andare altrove.

Diego Miedo - Je so' pazzo

Diego Miedo – Je so’ pazzo

Ma nello scendere vedo la porta aperta. La volta precedente era piena estate e sudore. Era tutto chiuso.
La porta aperta e la giornata particolare, è il 31 dicembre, mi inducono ad entrare. Chi può stare all’ex Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Napoli, quello antico di Via Imbriani, oggi? Chi può decidere a Napoli di non prepararsi per il veglione o per il cenone?
Entro. Chi è con me è titubante, ma io penso che ne varrà la pena.
Dal punto di vista della testimonianza fotografica certamente, ma a volte si possono avere incontri meravigliosi e che lasciano traccia.
Entriamo dunque. Chiedo se posso fare qualche foto ai muri. Specifico. Niente persone. Solo i muri. So che gli occupanti sono sempre sospettosi. Nel più indifeso visitatore si può celare un poliziotto. Trovo però ragazzi tranquilli. Gli animi sereni sono certamente il segnale che qui non è come dove vivo. Scoprirò solo dopo che in realtà l’occupazione dell’Ex OPG è in qualche maniera approvata dal Comune di Napoli che già da molto tempo ha chiesto al demanio l’affidamento degli spazi.

Aula studio - Je so' pazzo

Aula studio – Je so’ pazzo

Ma non è che qui non rischino di essere sgombrati, solo che vogliono far conoscere la storia del luogo, dell’occupazione, degli obiettivi che si sono posti. Sono obiettivi politici di vertenze sindacali ad esempio, ma sono anche obiettivi sociali: restituire ad una comunità un luogo, uno spazio vivo e da vivere, e camminando all’interno del complesso che fu prima monastero e poi ospedale psichiatrico giudiziario ci racconteranno tutto.
E penso che il muro ha colpito ancora. Mi ha attirato con i suoi colori e mi ha incastrato in una storia, e ora mi lascio trasportare da questa.
E’ quello che dovrebbero fare i muri a dispetto di qualsiasi speculazione e quante ce ne sono ora nella città in cui vivo.
E allora mi faccio trasportare dalla storia.
Dal piccolo chiostro su cui si apre il bar in corso di allestimento, si salgono pochi gradini ed ecco subito a destra la sala visite. Qui i detenuti, i pazzi criminali, incontravano le loro famiglie.
Un lungo tavolo. Una lunga teoria di sedie a destra, una luna teoria di sedie a sinistra. Mi chiedo se fossero pericolosi. E se lo erano perché non c’era protezione e divisione.
Oggi è aula studio.
Un aula dove gli studenti possono studiare in un tempo in cui gli spazi deputati a questo, come le biblioteche, vanno restringendosi, ma anche uno spazio dove confrontarsi, in un tempo in cui l’università è veloce, agile e scattante.

Je so' pazzo

Je so’ pazzo

Semestri incalzanti che non lasciano il tempo di sedimentare quanto appreso. Il voto, la media, i crediti, la somma e la differenza. Tutto al di sopra di quello che dovrebbe essere la formazione.
Ed ora capisco meglio quello che l’occhio aveva colto su un muro del chiostro piccolo, e forse anche la filosofia che sta dietro questa idea folle:

“….Tu prova ad avere un mondo nel cuore
e non riesci ad esprimerlo con le parole….

Qui all’Ex OPG c’è però un’altra realtà. L’ospedale si è trasformato, e nell’occupazione è diventato Je so’ pazzo. Un luogo che la pazzia o forse meglio la capacità visionaria vuol far diventare altro.
Piccolo corridoio altro chiostro. Un piccolo passaggio conduce al campo di calcio. Era pure quello dei detenuti, ma oggi tirano calci i ragazzi. Il calcio popolare in un centro di Napoli certamente avaro di spazi e di possibilità.
I muri parlano con chiarezza dell’obiettivo che ci si pone qui quando si gioca a calcio. Imparare a stare insieme senza odiarsi, rispettando le regole. S’immaginano i ragazzini sgambettare e correre, imparare a tirare calci al pallone, ma fa impressione comunque questo campo stretto tra pareti altissime, con la torretta e le finestre con le sbarre.

Campo di calcetto - Je so' pazzo

Campo di calcetto – Je so’ pazzo

Certo oggi ci saranno risate, ma solo fino a qualche anno fa (2008) la disperazione, anche tra quelli che non erano considerati così pericolosi da poter giocare a pallone in cortile, doveva essere pane quotidiano.
Si ritorna sui propri passi si attraversa il chiostro più grande, alle pareti dei mosaici e colori dicono altre storie. Si arriva alle stanze che oggi accolgono le attività di doposcuola. Colore e calore insieme, anche se alle finestre sempre le sbarre ci sono.

Castello Pazzo - Je so' pazzo

Castello Pazzo – Je so’ pazzo

Ma qui c’è vita che passa oltre, inarrestabile. La stanza per i più piccoli con il parquet curato e pulito fortemente voluta dalle neo mamme che qui si incontrano prima del parto e qui si aiutano dopo, quando è tempo di tornare al lavoro e non si sa a chi lasciare il bimbo.
I ragazzi raccontano di come i quelli più piccoli (elementari e medie) vengano seguiti nel doposcuola, di come a volte sia necessario fare da mediatori tra la scuola e la famiglia, di come si cerchi di sottrarre i più grandi alla strada.
Ed in questa Napoli così tesa tra una ripresa tutta di volontà della società civile e la violenza della guerra di camorra che continua ad insanguinare le strade, e davanti alla quale la società civile poco può fare, incontrare questa realtà così positiva, così proiettata al futuro, al bene comune alla condivisione fa immaginare (effetti della pazzia) che un’altra realtà sia possibile.
Ma ecco arrivare dritto allo stomaco il primo pugno, teso e forte.
A ricordarci che qui c’è stata ben altra vita, un muro dipinto da alcuni ex detenuti, 26 anni fa.

Reclusi e costretti - Je' so pazzo

Reclusi e costretti – Je’ so pazzo

Il passaggio è piuttosto buio ed angusto, ma i colori sono brillanti. Da dentro il carcere giudiziario, un luogo non solo di detenzione, ma spesso di tortura, i cinque artisti reclusi e costretti pensano ai simboli più noti di Napoli, 26 anni fa, ancora oggi e forse per sempre. Totò, Eduardo e Pulcinella.

Reclusi e costretti - Je so' pazzo

Reclusi e costretti – Je so’ pazzo

Simboli non casuali per quei detenuti e per questa città. Ma il muro è un puzzle colorato e ci sono pure i sogni. Si sogna che seduti si possa stare ad una finestra senza sbarre da cui si vedono spighe di grano e cielo blu. Si sogna che il muro si squarci, che sia il tempo stesso a bucare quel muro e ad abbatterlo, e che finalmente il mare, il Castel dell’Ovo e il Vesuvio irrompano nella vita dell’Ospedale Psichiatrico. L’attesa, il desiderio, la speranza, in una girandola di colori. Una testimonianza che mostra i segni del tempo.

Reclusi e costretti - Je so' pazzo

Reclusi e costretti – Je so’ pazzo

Un documento importantissimo che sarebbe bene non andasse perso. I ragazzi raccontano che uno degli autori del muro è tornato a vedere cosa ci fosse ora all’OPG e ha rivisto la sua opera. Dico, suggerisco che sarebbe da restaurare. Potrebbero farlo gli ex detenuti se fosse possibile rintracciarli oppure chiedere a Zolta o a Diego Miedo di farlo.

Reclusi e costretti - Je so' pazzo

Reclusi e costretti – Je so’ pazzo

Chiacchierando, i ragazzi sono un fiume in piena di storia, di storie, d’idee e di concretezza, passiamo a visitare la palestra che si sta allestendo nei locali della cucina industriale e poi il teatro Raggio di Sole, 150 posti e spettacoli anche importanti che richiamano gente e mantengono vivo ancor più il luogo. Ma è tempo per il secondo pugno allo stomaco.
L’ora d’aria.
Appena vedo queste gabbie (e poi ci indigniamo per quelle dello zoo) mi riecheggiano in testa i versi della canzone di De Andrè, che non mi abbandoneranno più:

“….Di respirare la stessa aria
di un secondino non mi va
perciò ho deciso di rinunciare
alla mia ora di libertà

se c’è qualcosa da spartire
tra un prigioniero e il suo piantone
che non sia l’aria di quel cortile
voglio soltanto che sia prigione
che non sia l’aria di quel cortile
voglio soltanto che sia prigione……

Je so' pazzo

Je so’ pazzo

Nulla può cancellare quello che qui avveniva, né il colore sui muri, né la rete di pallavolo.
Sono gabbie dove come poveri animali impazziti o lasciati impazzire si aggiravano uomini, a volte anche ragazzi, a cui non era lasciata nemmeno la dignità di fare i propri bisogni con discrezione.
Mi chiedo se è questo quello che ancora oggi in moltissime carceri si intenda con riabilitazione e cura. Davvero è possibile pensare che una persona a cui venga tolta qualsiasi forma di dignità possa riabilitarsi e tornare a reintegrarsi nella società, da cui era già uscito?
I muri parlano di pesci in gabbia, di uomini sospesi tra la vita e la morte o in putrefazione, di steccati che si possano rompere e superare, di sofferenze e di pazzia, nella quale c’è comunque la speranza di uscire, di vivere, di respirare aria che non sia quella di questo cortile.

Je' so pazzo

Je’ so pazzo

E i ragazzi parlano e raccontano e a te sembra che la svolta davvero ci sia che l’aria del cortile sia cambiata e che nonostante le gabbie questo cortile possa essere altro da ora in poi.
Ma i pugni allo stomaco non sono finiti.
I ragazzi ci accompagnano al primo piano a vedere un reparto.
Celle piccole in cui stavano in almeno tre detenuti. I piedi del letto cementati a terra. Erano letti di contenzione a cui i detenuti venivano legati anche per giorni, lasciati a marcire nei loro propri escrementi. Le porte con le sbarre e gli spioncini. I buchi nel muro del bagno perché i detenuti fossero sempre visibili.
Le docce comuni a vista
Una realtà alienante per fortuna sostituita da voglia di vivere, da idee, iniziative, fantasia e strutture di supporto.
L’ultima che visitiamo è l’ambulatorio popolare. Gratuito. C’è il medico volontario che presta l’opera per quelli che non hanno o non hanno più l’assistenza sanitaria. C’è un piccolo dispensario. Le medicine (anche io donerò le mie) sono portate da chi vuole contribuire. Vengono accettate solo scatole nuove, integre di farmaci non scaduti.

Ambulatorio popolare - Je so' pazzo

Ambulatorio popolare – Je so’ pazzo

Ecco questa è la storia dell’Ex OPG oggi Je so’ pazzo.
E meno male che c’è ancora chi è abbastanza pazzo da pensare che un’altra realtà sia possibile e che cerca pure di realizzarla.

“…..Venite adesso alla prigione
state a sentire sulla porta
la nostra ultima canzone
che vi ripete un’altra volta
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.

Per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti….”

P.S.: Ringrazio i ragazzi che mi hanno dedicato tantissimo tempo e mi hanno raccontato la storia del prima e dell’adesso ed anche del futuro.
Una galleria fotografica più completa di Je so’ pazzo la trovate seguendo il link associato alla foto del pezzo di Guido Rezor.

P.P.S.: I testi citati delle due canzoni sono “Un matto” e “L’ora di libertà” di Fabrizio De Andrè. Le potete ascoltare seguendo il link indicato dai puntini.

Guido Rezor - Je so' pazzo

Guido Rezor – Je so’ pazzo

Delle Chiaie e della sua arte, per quel poco che ne so

Tag

, , , , ,

il-laghettoa

Il laghetto è secco – Fausto Delle Chiaie

Di lui, probabilmente si è già scritto in quantità, sarà notissimo al mondo, ma per me è stata una scoperta graduale e sghemba.
La prima volta che l’ho visto ammetto di non averlo nemmeno notato, tanto è signorile e silenziosa la sua presenza. Nulla viene sbattuto in faccia. Non ci sono cartelli. Non ci sono colori brillanti e vibranti sul muro. Solo piccoli oggetti. Sembrano abbandonati, ma è chiaro che qualcuno li ha organizzati in maniera armonica. Ci sono pure i cartellini.
Ma se questo qualcuno c’è, si maschera bene tra i passanti e la prima volta nemmeno mi accorgo che ci sia.
La seconda volta che son passata di là, ed ammetto di averci pensato nel frattempo a quella strana situazione, che erano quegli oggetti? A che servivano? Erano in vendita?, la seconda volta quindi, ho sbirciato con circospezione quegli oggetti. Poi sono ripassata ed ho letto con attenzione. Non ho toccato. Ho guardato e letto.

Opera Trafugata - Fausto Delle Chiaie

Opera Trafugata – Fausto Delle Chiaie

Anche quella volta non ho fatto di più, ma me ne sono andata però con la consapevolezza che nel caos indistinto della città, tra tutta l’indifferenza della gente che passa di là ed i numerosi turisti attratti da altro, che a volte si siedono proprio lì e forse manco li vedono quegli oggetti, quella “robaccia” dotata di cartellino esplicativo, urlasse forte, non tanto per affermare la sua presenza quanto per andare a solleticare quella curiosità, sollecitare un sorriso intelligente su una questione ovvia e sapientemente dibattuta da altri con tante tante parole, e che qui invece trova un commento semplice e chiaro.
La svastica che lascia una traccia sul marmo diventa un’ “Opera trafugata” e dei visi dipinti su piccole pietre immersi in una bacinella con l’acqua diventano i “Narcisi”.

Narcisi - Fausto Delle Chiaie

Narcisi – Fausto Delle Chiaie

Si gioca con gli oggetti, tutti di materiale povero, alcuni trovati nella spazzatura, e si gioca con le parole e si lascia una traccia, un segno profondo nella testa del passante.
Però pure quella volta me ne sono andata via, pensando. Il che al mondo d’oggi non è poi così poco.
La terza volta non c’era nulla. Non è che passi di là tutti i giorni. Vivo distante. Non c’erano gli oggetti però, e questa assenza mi ha confermato che ci fosse qualcuno che pensa e che agisce, che dispone gli oggetti con un senso. Qualcuno che poi naturalmente se ne sta quieto ad osservare la scena, ciò che accade, le reazioni.
La quarta volta c’erano gli oggetti e già solo di lontano ho sorriso tra me e forse per essere certa di quello che avevo visto, ho scattato, ed ammetto anche questo, di nascosto qualche foto.
Che la cosa lo offendesse?
Che se la prendesse a male?
Poi a lungo non sono passata più di là, ma non ho smesso di pensarci ed ho cercato di capire chi fosse a disporre quegli oggetti e cosa si nascondesse dietro la faccenda.
Ed ecco che un amico mi soffia un nome Fausto Delle Chiaie. Inizialmente mi suona strano. Penso a quell’altro al fascista, di cui, ammetto, ricordavo solo il cognome (e come si può dimenticare?) e non il nome.
Cerco e trovo. Mi si fissano per sempre i due nomi, che la differenza tra i due l’avevo già capita da tanto.
Ma non solo perché uno si chiama Stefano e l’altro Fausto Delle Chiaie, ma soprattutto perché Fausto è un signore ed un artista.

Emporio Armani - Fausto Delle Chiaie

Emporio Armani – Fausto Delle Chiaie

Un acuto osservatore della gente, della storia e della realtà. Un garbato uomo ironico che distribuisce in uno spazio enorme piccoli oggetti a cui dà forma di arte, un senso compiuto, una ragione d’essere nuova assolutamente sconosciuta prima.
Così il “Emporio Armani”, prende vita con tanti oggetti del quotidiano anonimo che una firma può far diventare qualcosa di altro e per associazione ed assonanza mi richiama quel verso di De Andrè “Il Guttuso ancora da autenticare”.
Fausto Delle Chiaie è anche un ironico critico d’arte che utilizza la sua arte per parlare garbatamente e giocare con l’arte contemporanea: Il Picasso a metà prezzo, Il Modigliani di profilo, il Giacometti a pezzi, sono solo alcune delle sue opere in mostra.

Il Modigliani di profilo - Fausto Delle Chaie

Il Modigliani di profilo – Fausto Delle Chaie

E poi c’è la critica feroce ai tempi un “tacco”, un portamonete da cui escono una serie di centesimi di euro che prendono la forma di croce sono corredati dalla targhetta “In hoc signo vinces”, e la barca piena di uomini neri che vengono presi a scudisciate con l’indicazione “Sbarco in Sicilia”.
E mi chiedo cosa possa essere più street art di questa?
Robaccia, pezzi di legno di qualità relativa, oggetti d’uso quotidiano persi per strada o gettati perché ormai inservibili che tornano alla vita attraverso un’idea d’arte, che già lo so è stata definita povera, ma che di povero non ha proprio nulla.
Roba di strada che alla strada torna in maniera nobile.
E c’è pure il museo, il museo all’aperto di cui tanto si parla, è lì. Senza biglietto, fruibile da tutti, tutti quelli che vogliono possono pure parlare con l’artista nel suo atelier, possono toccare gli oggetti, possono fare domande al custode, che risponde con competenza proprio come se fosse l’artista. E chi vuole può anche acquistare una cartolina, firmata di suo pugno dall’artista, e può anche spedirla perchè è delle dimensioni esatte per non incappare nella sopra – tassa postale.
Così l’ultima volta che sono passata di là, che ormai lo conoscevo, poco ma a sufficienza, l’ho proprio cercato.
Mi sono presentata, gli ho dato la mano. Mi sono rivolta a lui e dandogli del lei gli ho

Fausto Delle Chiaie vicino alla sua opera "Lo chef consiglia: mezza porzione"

Fausto Delle Chiaie vicino alla sua opera “Lo chef consiglia: mezza porzione”

raccontato questa storia, com’è che lo conoscevo un poco mentre lui no e ci siamo messi a parlare e mi ha spiegato e si è raccontato, almeno un po’.
Gli ho promesso che torno.
E questa volta ho fatto una fotografia. Ma gli ho chiesto il permesso e l’ho fatta proprio a lui.
E mi sento meglio a sapere che c’è un artista come Fausto Delle Chiaie, che mi sembra incarni molto bene quello che De Andrè diceva degli artisti: “L’artista è un anticorpo che la società si crea contro il potere. Se si integrano gli artisti, ce l’abbiamo nel culo!”

Della sirena Partenope

Tag

, , , , , , , , , ,

Partenope - Bosoletti - Materdei - Napoli

Partenope – Bosoletti – Materdei – Napoli

Si erge maestosa la Partenope di Materdei e guarda lontano, oltre quella contingenza che è qui ed adesso.
Bellissima, con pacatezza quasi con consapevolezza di se e del mondo, Partenope guarda lontano come la tradizione ci ricorda che ha sempre fatto:

“….Invero ella era bellissima: era l’immagine della forte e vigorosa bellezza che ebbero Giunone e Minerva, cui veniva rassomigliata. La fronte bassa e limitata di dea, i grandi occhi neri, la bocca voluttuosa, la vivida candidezza della carnagione, lo stupendo accordo della grazia e della salute in un corpo ammirabile di forme, la composta serenità della figura, la rendevano tale.
Si chiamava Parthenope, che nel dolce linguaggio greco significa Vergine.
Ella soleva sedere sull’altissima roccia, fissando il fiero sguardo sul mare, perdendosi nella contemplazione delle glauche lontananze dello Ionio. Non si curava del vento marino che le faceva sbattere il peplo, come ala di uccello spaventato; non udiva il sordo rumore delle onde che s’incavernavano sotto la roccia, scavandola a poco, a poco.

Partenope (particolare) - Bosoletti - Materdei - Napoli

Partenope (particolare) – Bosoletti – Materdei – Napoli

L’anima cominciava per immergersi in un pensiero; oltre quel mare, lontano lontano, dove l’orizzonte si curva, altre regioni, altri paesi, l’ignoto, il mirabile, l’indefinibile. In questo pensiero la fantasia si allargava in un sogno senza confine, la fanciulla sentiva ingrandire la potenza del suo spirito e, sollevata in piedi, le pareva di toccare il cielo col capo e di potere stringere nel suo immenso amplesso tutto il mondo…..”

Insomma eccola la Partenope di Materdei descritta nelle Leggende napoletane di Matilde Serao, una sirena che non emerge dal mare, ma da un intrigo di rami e di foglie, così come anche Omero descrive le Sirene:

“…Le Sirene sedendo in un bel prato,
Mandano un canto dalle argute labbra,
Che alletta il passeggier: ma non lontano
D’ossa d’umani putrefatti corpi
E di pelli marcite, un monte s’alza…..”

Intorno alla Partenope di Materdei non ci sono “ossa d’umani putrefatti corpi”, ma certamente altri tipi di putrefazioni, di una città che da un lato vuole riemergere dalle proprie ceneri e dall’altro stenta a trovare la determinazione necessaria, attanagliata com’è dall’abbandono, a volte anche di se stessa.

Fontana delle zizze - Napoli

Fontana delle zizze – Napoli

Un abbandono da cui prepotente emerge la volontà di quelli che ribadiscono che un’altra realtà, un’altra dimensione sociale e culturale è possibile ed è assolutamente necessaria.
E i rami da cui si erge Partenope salgono e si intrecciano a quella collana di piume che ricorda come nell’antico le Sirene fossero esseri alati con corpo e testa di donna, che solo nel Medioevo si trasformarono nelle Sirene, chimere tra pesce e donna.

Partenope la grande madre, la dea grazie alla quale Napoli nasce:

“….La più bella delle civiltà, quella dello spirito innamorato; il più grande dei sentimenti, quello dell’arte; la fusione dell’armonia fisica con l’armonia morale, l’amore efficace, fervido, onnipossente è l’ambiente vivificante della nuova città.
Quando Parthenope viene a sedere sulla roccia del monte Echia, quando essa fissa lo sguardo sul Tirreno, più fido dello Ionio, l’anima sua si assorbisce in un pensiero. La regione ignota è raggiunta, il mirabile, l’indefinibile, ecco, è creato, è reale, è opera sua. E mentre la fantasia si allarga, si allarga in un sogno senza confine, Parthenope sente giganteggiare il suo spirito e sollevata in piedi le pare di toccare il cielo col capo e di stringere il mondo in un immenso amplesso….”

Partenope - Piazza Sannazzaro - Napoli

Partenope – Piazza Sannazzaro – Napoli



sembra a Materdei aver cambiato tempo e modo ed essere finalmente tornata a sollevarsi in piedi, a toccare il cielo col capo e a stringere il mondo in un immenso amplesso.

Qui ed ora, non più come possibilità e sogno, ma come realtà e certezza.
Ma non è questa l’unica versione del mito.
Sempre in Omero si racconta che Partenope incapace di accettare che Ulisse avesse resistito al suo canto e alla sua bellezza passandole davanti, si gettò in mare e si lasciò morire. Il suo corpo arrivò presso l’isolotto di Megaride, dove alcuni marinai lo raccolsero e lo seppellirono alzando un tumulo.
Su quel tumulo sarebbe poi sorto il Castel dell’Ovo.
Ecco la doppia natura del mito di fondazione e della stessa Partenope: vita e morte insieme, sono le due nature che abbracciano forte ancora questa città dove spesso l’alternanza tra luce ed ombra è pericolosa, poiché il trapasso dell’una nell’altra può avvenire con sorprendente rapidità.

Partenope - KNET - Napoli

Partenope – KNET – Napoli

Ciò nonostante un canto di sirena, per quanto pericoloso, forse pure ci vorrebbe per accompagnare quello sguardo della Partenope di Materdei. E forse da questo canto ci si dovrebbe lasciare incantare o almeno divertire come diverte la piccola sirena nella città vecchia che suona un organo. Due cuori, due nature, che sebbene diverse, a volte opposte, possono generare una grande musica che può sostenere quello sguardo rivolto in avanti.

Passa ‘o tiempo e che fa, tutto cresce e se ne va, passa ‘o tiempo e nun vuò bene cchiù.

Tag

, , , , , , , , , , , , , , ,

Come al solito dovevo scrivere di altro ed avevo pure cominciato. Finalmente sarei stata sul pezzo. Una cosa scritta proprio nel momento in cui accade e nel momento in cui tutti ne parlano.

QS - Enter/Exit - Santa Chiara - Napoli

QS – Enter/Exit – Santa Chiara – Napoli

E niente. Manco questa volta. Ho cominciato a scrivere, ma poi è successo altro di più urgente che ha preso il sopravvento. E’ successo che sono ritornata in certi luoghi ed ho cominciato a notare piccole differenze. E’ una domanda che mi faccio spesso. Come si trasformano certi luoghi? Come si trasformano, se si trasformano, certi muri? Allora sono andata lì ed è stato bello vedere che le bugie non lo avevano ricoperto.

Kaf - Centro Storico - Napoli. La foto è in analogico passata allo scanner nel 2010.

Kaf – Centro Storico – Napoli. La foto è in analogico passata allo scanner nel 2010.

Certo i colori sono un po’ sbiaditi, il muro è stato ridipinto, ma le firme ed altri disegnetti non superano il blocco di pietra grigia. Non so se sia rispetto, ma certo è una sicurezza vedere che quel muro è ancora lì. Sarà che è Napoli. Sarà che a Napoli qualsiasi cosa può storicizzarsi, nel bene e nel male, cronicizzarsi a volte. Però forse a Napoli è uno dei pochi luoghi dove pure dell’arte di strada si può fare se non proprio l’archeologia almeno la storia.

Fake - Vico Santa Maria La Nova - Napoli

Fake – Vico Santa Maria La Nova – Napoli

I pezzi degradano lentamente secondo la loro natura o subiscono trasformazioni che hanno quasi dell’involontario esilarante,

KAF2008 - Via San Biagio dei Librai - Napoli

KAF2008 – Via San Biagio dei Librai – Napoli

come nel caso di un manifesto di Kaf che risale al 2008 e che resta lì imperturbabile alle trasformazioni a cui viene sottoposto.
Indecisione.
Tremendo dubbio.
Telecamera si.
Telecamera no.
La prossima trasformazione quale sarà?

Zilda - La Notte - Pedamentina di San Martino - Napoli

Zilda – La Notte – Pedamentina di San Martino – Napoli

Non è sempre vero che “Passa ‘o tiempo e che fa/tutto cresce e se ne va”, perché non sempre si cresce e l’andare via può essere lento ed in qualche maniera doloroso. A volte passa il tempo e le cose restano poi uguali a loro stesse o cambiano totalmente o tornano a trasformarsi lentamente.

ARP - Centro Storico - Napoli

ARP – Centro Storico – Napoli

AGOCH - Metro Leopardi - Napoli

AGOCH – Metro Leopardi – Napoli

DiegoMiedo e ARP - Centro Storico - Napoli

DiegoMiedo e ARP – Centro Storico – Napoli

Restano uguali a meno di piccole modifiche

Zholta - Centro Storico - Napoli

Zholta – Centro Storico – Napoli

Cyop&Kaf - Cappella San Severo - Napoli

Cyop&Kaf – Cappella San Severo – Napoli

Dobry Stas - Centro Storico - Napoli

Dobry Stas – Centro Storico – Napoli

Sbiadiscono e si apprestano a scomparire

KAF2007 - Via San Biagio dei LIbrari - Napoli

KAF2007 – Via San Biagio dei LIbrari – Napoli

P.S.: Il titolo è il verso iniziale di “Allegria”, scritta da Pino Daniele.

Dei luoghi perduti

Tag

, , , , , , , , , ,

Che l’arte di strada sia effimera è cosa nota. Basti pensare all’arte antica dei madonnari.

Il madonnaro

Il madonnaro

Artisti che usano da sempre marciapiedi e strade come lavagne e disegnano e colorano con i gessetti, rimanendo così legati per sempre ad una dimensione bambina che a tutti appartiene. Molti passano e guardano il disegno sulla strada, alcuni lasciano qualche spicciolo, qualcuno si ferma lì accanto forse ignaro di quello che ha proprio vicino ai piedi. Un po’ meno scontato è che nel nostro tempo interi luoghi possano scomparire. Per alcuni di loro è normale fisiologia legata al mondo del commercio. La sala bingo di quella tale strada che da un giorno all’altro chiude. Il fast food il cui odore ci prendeva lo stomaco ogni volta che passavamo in quel tal

La sala bingo

La sala bingo

luogo. Il marchio di abbigliamento che vendeva delle atroci pezze a prezzi inenarrabili. Di nessuno di questi luoghi ci si sente orfani. L’unico pensiero che sollevano riguarda i posti di lavoro persi. Ma ci sono anche altri luoghi che con regolarità e frequenza piuttosto preoccupante tendono a sparire dal panorama urbano. Almeno dal panorama urbano della città di Roma. Le modalità non sono sempre le stesse, ma simile il risultato: cancellare più o meno violentemente realtà ben inserite nei quartieri per i cui abitanti svolgevano un servizio che nessuno più svolgerà. Una scomparsa che sempre più assomiglia al desiderio di mettere un bavaglio, di limitare l’espressione, di contenere il pensiero. Ma è forse anche volontà della

Notre Dame du Socialisme - Ex Voto - Tetaro Valle

Notre Dame du Socialisme – Ex Voto – Tetaro Valle

scomparsa e dell’abbattimento che vuole, con determinazione, cancellare piccole realtà, che con la loro semplice esistenza, sembrano sottolineare l’incapacità del potere preposto a svolgere quel ruolo, che è suo proprio e che per motivi diversi non riesce o non vuole agire.
Quale re, d’altra parte, amerebbe che il suddito si sostituisse a lui nella gestione della cosa pubblica? Quale re ama governare un popolo colto, mediamente capace di spirito critico e in grado di fare e farsi qualche domanda?
E così ci sono locali caduti a causa di parole vuote e promesse finte come il Teatro Valle e il Cinema America, dove non è bastato certo l’avviso “Hic sunt leones” per difendersi dalla predazione.

Hic Sunt Leones - Gojo - Cinema America Occupato

Hic Sunt Leones – Gojo – Cinema America Occupato

E ci sono poi i luoghi che sono caduti per mano violenta, sotto la furia di picconi ignoranti e ciechi, protetti dalla polizia, come il Volturno Occupato e lo Scup (Sport e Cultura Popolare), cancellando attività e arte. Luoghi che vengono abbattuti per fare posto a nuove sale bingo o a nuovi negozi e centri commerciali.
Il senso di ciò in cosa esattamente risiede?
A ben pensarci tutto ciò è solo un’inutile damnatio memoriae, perchè queste realtà sopravvivono alla distruzione, si disperdono forse per un po’, ma rispuntano altrove e fecondano con le loro idee nuovi territori.

Le foto degli interventi artistici al Volturno Occupato sono di Rita Restifo.

Dell’inconsapevole fotografare

Tag

, , , , , , , , ,

Nasce tutto dal fatto che, spontaneamente, si allineano cervello, occhio e cuore, tre modi di sentire e vedere il mondo diversi che si combinano per un solo istante, in un solo istante.
Vedi una cosa che attrae il tuo sguardo e per qualche secondo rapisce la tua attenzione. Una cosa che magari sta dove non dovrebbe stare e ti accorgi,

Hoek su AMA - San Lorenzo - Roma

Hoek su AMA – San Lorenzo – Roma

un attimo dopo, che quella vista ti ha smosso un piccolo granello dell’anima. Ma questa cosa qui, in genere è già accaduta, quando realizzi che hai già scattato quella fotografia.
A volte accade che torni a casa e la guardi quell’immagine e ti accorgi che il soggetto vero della foto non è quello che pensavi, ma che la tua attenzione è stata attratta da altro, non immediatamente percepibile.

Cartolina in JBRock - Outdoor Festival - Ex Dogana di San Lorenzo - Roma

Cartolina in JBRock – Outdoor Festival – Ex Dogana di San Lorenzo – Roma

A volte quindi scattare una foto, cogliere quell’attimo si traduce nel bloccare quel qualcosa che altrimenti sarebbe andato perso per sempre. E’ una dimensione completamente personale.
Quello scatto raccorda diverse parti del se e non è nemmeno necessario poi renderlo pubblico, mostrarlo. Può anche rimanere uno scatto privato.
Ne ho a tonnellate così. Muri fotografati e ri-fotografati nel tempo, ad esempio, che così raccontano una storia, la loro storia che è unica ed in un certo senso irripetibile.
E poi invece a volte accade che non ci si può sottrarre. Il momento dello scatto finisce e si compie solo quando la fotografia trova una sua dimensione pubblica. Ma la dimensione pubblica non è necessaria per sentirsi bravi o migliori, è necessaria per sentirsi compiuti.
Altrimenti si rischia di rimanere a metà.
Questa più o meno è la storia di questo scatto.
E’ il 25 aprile del 2014. Sto andando a San Lorenzo a manifestare per la Liberazione, alla mia maniera, lontano dalle parate ufficiali. Ho bisogno di intimità e vado a San Lorenzo dove al tradizionale percorso nel quartiere per raccontarne la storia, si è aggiunta Alice con alcune sue cose che scoprirò belle ed argute, come spesso sono le sue opere.

La Popolare - Alicè - San Lorenzo - Roma

La Popolare – Alicè – San Lorenzo – Roma

Dal finestrino del tram che da Piramide mi porta a San Lorenzo scorgo con la coda dell’occhio qualcosa che attrae la mia attenzione.
Qualcosa che sta dove non dovrebbe stare. Qualcosa che fino al giorno prima là non c’era. Non riesco a focalizzare subito. La “visione” resta sfocata. So di aver visto, ma di non aver guardato. La sensazione di incompiutezza mi resta dentro tutto il tempo, tanto che al ritorno sebbene stanca ritorno a cercare più coscientemente la cosa che aveva impresso la mia retina in maniera inconsapevole.
Eccola: la Divina Madre della Resistenza di Ex Voto.
Inquadro e scatto insieme. Non c’è scissione tra i due momenti. Ma quando torno a casa so che il momento non è chiuso.
Pubblico la foto perché è il 25 aprile e quella è la maniera migliore per completare il richiamo della memoria di una giornata che sempre più rischia di diventare una burletta.
Più ci si allontana dal Quel 25 aprile e più i contorni si sfumano. Più si perde il senso delle cose. Non solo storico ma anche sociale.
Ci vuole una Divina Madre della Resistenza.

Divina Madre della Resistenza - Ex Voto - Piazzale Ostiense - Roma

Divina Madre della Resistenza – Ex Voto – Piazzale Ostiense – Roma

Verrò poi a sapere che la sera stessa, o forse già poche ore dopo il mio scatto, la Madonna non era più là. Resta la foto.

Ognuno ha tanta storia, Tante facce nella memoria, Tanto di tutto, Tanto di gnente, Le parole di tanta gente

Tag

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Ecco come ci si sente dopo tutto questo ricordare.
Da qualche giorno è passato il 27 gennaio, giornata durante la quale abbiamo tutti ricordato, in una maniera o nell’altra, ed io ho capito di non poterne più di questa memoria fasulla e forzata che tutti poi rapidamente dimenticano.
Ma l’esercizio della memoria è un esercizio complesso. E’ come un tuffo, un doppio salto mortale in dietro con un avvitamento e mezzo. Richiede concentrazione e attenzione, cura e rispetto di se e degli altri. Di quelli, persone, cose e fatti, che si vuole ricordare e che quindi portiamo con noi nel tuffo pericoloso.
Ma cosa si ricorda in queste occasioni? Mi sembra di aver capito che anche in queste occasioni si ricordano gli eventi eclatanti, quelli che colpiscono tutti. Non si approfitta della giornata per ricordare persone, cose e fatti che non sono sui libri, o almeno non sono su quelle pagine che tutti leggiamo. Così la memoria finisce per essere, per forza di cose, parziale e al limite del paradosso discriminante.
A questo pensavo dopo aver assistito, insieme a dei ragazzi, alla proiezione del film Roma Città Aperta. Quest’anno il film compie 70 anni, le sue immagini hanno fatto la storia del cinema italiano ma forse anche la storia del cinema mondiale.
Hanno segnato un’epoca sancendo un cambiamento profondo delle cose che al cinema potevano essere raccontate.

Roma Città Aperta - Roberto Rossellini - Anna Magnani - Aldo Fabrizi - 1945

Roma Città Aperta – Roberto Rossellini – Anna Magnani – Aldo Fabrizi – 1945

Immagini che in qualche modo contengono sia la Storia che la storia, quella con la s minuscola, quella della gente comune. Immagini che sollevano emozione, eppure, oggi che istituiamo una giornata dedicata alla memoria e che quindi avremmo tempo e modo per comprenderle profondamente, per vederne la terribile attualità, alcuni, soprattutto giovani, restano spettatori immobili davanti ad esse.

Opiemme - Gaeta

Opiemme – Gaeta

Mi sono allora chiesta cosa possa causare questa immobilità in un mondo perennemente attraversato da contrasti sociali anche forti e da guerre da sempre insanabili, in un momento in cui avere informazioni e fare confronti è cosa che è entrata nella quotidianità. I muri, ad esempio, ci parlano spesso, a modo loro, di queste cose, di istanze simili che accomunano lotte geograficamente lontane, che muovono e fanno urlare in tanti. Lotte che spesso si ricongiungono con una storia passata, nella quale trovano radici profonde, tradizione e memoria.

Gojo, Hoek - Ostiense - Roma

Gojo, Hoek – Ostiense – Roma

Gojo. Hoek - Ostiense - Roma

Gojo. Hoek – Ostiense – Roma

Non sarà solo la distanza temporale da quei fatti, ma forse più la mancanza del racconto, della coltivazione di una memoria attiva.
E allora forse è il caso di tornare in certi luoghi e di raccontare almeno una di queste storie, leggendo quei muri che a volte sono stati spettatori muti di quegli eventi storici che la Storia e la Memoria hanno dimenticato e che forse continuano a dimenticare. Muri che oggi trovano una nuova maniera di testimoniare.
E allora cogliamo l’occasione ed allarghiamo la nostra memoria, parliamo ad esempio della storia di quel Nido di Vespe, quel quartiere romano che subì un rastrellamento del 17 aprile 1944 così abilmente organizzato da Kappler.

Nido di Vespe - Lucamaleonte - Quadraro - Roma

Nido di Vespe – Lucamaleonte – Quadraro – Roma

Episodio centrale e drammatico dimenticato anche dal cinema neorealista, che per Roma Città Aperta si ispirò a più “quotidiane” storie di rastrellamenti e soprusi, forse perché parlare di un fatto così devastante, che in poche ore sottrasse un’intera fascia di popolazione maschile tra i 18 e i 60 anni, com’era già accaduto pochi giorni prima alle Fosse Ardeatine, proprio non si poteva.
Non si poteva allora, ma pare che poco si possa anche oggi. Che la memoria, oggi, è impegnata a ricordare altro, più noto, più eclatante.
Un rastrellamento che lasciò donne spaventate, ma che seppero trovare la determinazione ad andare avanti nonostante tutto. Donne con occhi grandi e luminosi, dall’aria smarrita e triste, che decisero di guardare al futuro, nonostante tutto.

Zelda Bomba - Quadraro - Roma

Zelda Bomba – Quadraro – Roma

Un quartiere soprattutto di donne che seppe dalla morte ritornare alla vita.

Ex morte, vita - Beau Stantin - Quadraro - Roma

Ex morte, vita – Beau Stanton – Quadraro – Roma

Quando gli eventi sono troppo grandi, quando la realtà supera di troppo l’immaginazione, è difficile contenere tutto dentro un razionale. Quando il Quadraro venne rastrellato tutto era talmente tanto da non poter essere contenuto in nessuna narrazione.
Ma ora abbiamo la possibilità di esercitare la memoria e ricordare, di comprendere che la mancanza di solidarietà e l’indifferenza, il pensare sempre che le cose possano capitare agli altri e mai toccare noi, l’ignoranza e la colpevole dimenticanza, sono atteggiamenti assolutamente pericolosi, poiché le cose possono cambiare e ci si può trovare tutti sulla stessa barca, ebrei, zingari, omosessuali, diversamente abili, oppositori politici, normali cittadini ciascuno con le proprie differenze, a fronteggiare la medesima difficoltà.

Sam3 - Pigneto - Roma

Sam3 – Pigneto – Roma

In queste condizioni si può diventare ciechi e sordi, ci si può arrampicare pure sulle spalle dell’altro per poter raggiungere il proprio obiettivo, per potersi garantire la sopravvivenza a dispetto del fatto che una lotta così egoista può solo portare alla solitudine e alla sconfitta.
Bisogna essere vigli e attenti poiché il sonno della ragione genera mostri e questi sono sempre ponti a prendere il sopravvento. Si può avere un difensore del bosco che strenuamente combatte anche per quelli che hanno girato lo sguardo altrove, ma il singolo non può fare la parte di tutti.

Buckingham Warrior - Gary Baseman - Quadraro - Roma

Buckingham Warrior – Gary Baseman – Quadraro – Roma

E’ necessario vigilare poiché il potere è strisciante. Lento si insinua mentre la gente senza testa lo coccola e lo nutre. E quando lo si è nutrito ci si può trovare nella sua bocca e poi nel suo intestino senza più una via di uscita.

Nicola Alessandrini, Diavù, Liza - Quadraro - Roma

Nicola Alessandrini, Diavù, Liza – Quadraro – Roma

Non è una storia solo di ieri, ma è una storia che ciclicamente si ripropone.

Ecco se giorno della memoria deve essere, che sia per avere ricordi nuovi da aggiungere agli altri così che la memoria possa accrescersi ed andare di pari passo con la Storia. Così che dei fatti si possa avere una lettura più completa e soprattutto che la memoria diventi un vero patrimonio comune che non possa essere più utilizzato a fini propagandistici, per suggerire sottilmente razzismi o per rileggere gli eventi a proprio uso e consumo, ricordando solo quelle cose che sono utili al potere che spesso preferisce cittadini ignoranti e con la memoria corta.
I ricordi, la memoria possono, ed in alcuni casi, devono essere scomodi. Devono servire da pungolo, da spina nel fianco, perché l’attenzione non cada e quello che è stato non possa tornare sotto mentite spoglie.
La memoria del passato è un codice di lettura del presente.

Il codice - Daniele Tozzi - Quadraro - Roma

Il codice – Daniele Tozzi – Quadraro – Roma

Per le foto da Roma Città Aperta: http://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/f/f2/Roma_citt%C3%A0_aperta_corsaPina.jpg, http://www.visitlazio.com/documents/563196/597069/Roma+Citt%C3%A0%20aperta3.jpg/2eb3d4ec-9784-4647-84e7-943a07358611?t=1398786139790?t=1398778939790, https://suonalancorasam.files.wordpress.com/2014/03/53.jpg, http://www.claudiocolombo.net/FotoDVD/romacittaaperta3.jpg, http://files.blowtorches.webnode.es/200000188-b7333b82be/Roma%20citta%20a.jpg

Per Buckingham Warrior di Gary Baseman: https://www.youtube.com/watch?v=UELCELrQ6Yk

Altre foto del Quadraro: https://www.flickr.com/photos/spalluzza/sets/72157650156939437

Altro foto di Ostiense: https://www.flickr.com/photos/spalluzza/sets/72157650158346309

 

Della scarnificazione del dolore

Tag

, , , , , , , , , , , , ,

Molti anni fa vidi a Madrid, in una collocazione molto diversa da quella attuale, la gigantesca opera su tela di Pablo Picasso, Guernica. In fondo anche gli spagnoli avevano la possibilità di vederla solo da qualche anno visto che l’opera, per espressa volontà di Picasso, potè tornare in Spagna solo dopo la morte di Franco.

Guernica - Pablo Picasso

Guernica – Pablo Picasso

L’avevo vista molte volte sui libri e l’avevo studiata al liceo in una fortunata stagione in cui con il porgramma di storia dell’arte eravamo riusciti a valicare i confini dell’arte dell’ottocento e a fare un’incursione rapida in quella del novecento.
Ma dalle pagine stampate non ero riuscita a percepire come il dramma riesce ad emanare forte da quella tela dipinta nei toni del bianco e del nero con qualche tocco di blu.

Guernica - Pablo Picasso

Guernica – Pablo Picasso

Senza il rosso e l’odore del sangue e senza le grida ed i rantoli degli uomini e degli animali lo strazio è forse ancora più grande.
Ho intuito solo più tardi che il dolore che una guerra riesce a generare è muto perché talmente gigante, invasivo e pervasivo da far si che sia impossibile da raccontare a parole.
Il potere dell’immagine è in questo senso enorme e la scena apparentemente scarna e piatta di Picasso, priva di colore, dalla scarna scenografia e tutto sommato immobile, restituisce un messaggio di assoluto dolore e di assoluta ingiustizia che forse è impossibile ottenere in un’altra maniera.
E’ come se il colore e l’azione distraessero l’occhio e facessero spostare l’attenzione non più sul fatto in se, ma sui particolari, sui colori appunto e sui movimenti. Sulla precisione con cui il fatto è narrato, mentre solo l’astrazione può restituire all’evento tutta la sua realtà. Così nel quadro di Guttuso siamo presi dal rosso delle giubbe e dalla concitazione della scena più che dalla sua crudezza mentre anche lì ci sono morti tra gli uomini e nitriti disperati di cavalli.

La Battaglia di Ponte Ammiraglio - Renato Guttuso - Galleria Nazionale d'Arte Moderna - Roma

La Battaglia di Ponte Ammiraglio – Renato Guttuso – Galleria Nazionale d’Arte Moderna – Roma

Appena più drammatica la scena di Aligi Sassu, dove l’immobilità della morte ci comunica la crudeltà, eppure alla fine siamo più attratti dal rosso, dal blu e da come i colori sono distribuiti sulla tela piuttosto che dal fatto che ci viene narrato.

Guerra Civile (I Martiri di Piazzale Loreto) - Aligi Sassu - Galleria d'Ate Moderna - Roma

Guerra Civile (I Martiri di Piazzale Loreto) – Aligi Sassu – Galleria d’Ate Moderna – Roma

Picasso parla del bombardamento della piccola città di Guernica durante la guerra civile spagnola, ma in realtà parla di tutte le guerre del mondo e di qualsiasi tipo di guerra: quella condotta con le armi ma anche quella apparentemente incruenta dei potentati economici. Il risultato alla fine è sempre lo stesso: a morire e soffrire sono soprattutto i civili indifesi

Guernica (particolari) - Pablo PIcasso

Guernica (particolari) – Pablo Picasso

sotto l’occhio vigile (?) di Dio che è solo una lampadina a cui una lampada ad olio sembra fare luce maggiore e a cui sembra inutile rivolgersi stupefatti e profondamente offesi.

Guernica (particolare) - Pablo Picasso

Guernica (particolare) – Pablo Picasso

La speranza di salvezza della gente normale è piccola e flebile come il piccolo fiore che sembra spuntare dalla spada spezzata del guerriero caduto che occupa la parte bassa della tela di Picasso.

Guernica (particolare) - Pablo Picasso

Guernica (particolare) – Pablo Picasso

Tutti questi pensieri e riflessioni sono riemerse guardando delle vecchie foto di un’opera di Ron English che ha campeggiato per un lungo periodo di tempo su di un muro in Piazza Giustiniani a Roma. Il titolo era X Ray Guernica.

X Ray Guernica - Ron English - Piazza Giustiniani - Roma

X Ray Guernica – Ron English – Piazza Giustiniani – Roma

L’opera di Ron English era semplice ma eccezionale insieme: passare ai raggi X i personaggi della tela di Picasso, scarnificarli per scarnificarne il dolore e renderlo ancora più essenziale.
Se l’opera di Picasso è monodimensionalità, il passaggio attraverso i raggi X di Ron English, così come toglie la carne denudando ancor più dolore, restituisce uno spessore, un volume ai corpi. La scena non è più vuota e scarna ma si riempie, eppure il fondale non prevarica mai la scena in primo piano ma con essa si mescola e si fonde.
Il fondale è l’Informazione. Quella per antonomasia. Quella dei giornali.
Sulla quinta scenica notizie, risalenti a tempi storici diversi, si intrecciano tra loro e rimandano alla scena in primo piano e a lei fanno da eco amplificandone la drammaticità.
Così la guerra inizia (WAR BIGINS), insieme alla notizia che in Oklaoma il tacchino arrostito costa 89 cent alla libbra e il bue sembra farci l’occhiolino

X Ray Guernica (particolare) - Ron English - Piazza Giustiniani - Roma

X Ray Guernica (particolare) – Ron English – Piazza Giustiniani – Roma

mentre la flotta giapponese è sconfitta e il presidente John Kennedy muore e contemporaneamente tiene per mano sua figlia e uno scheletro di pterodattilo svolazza manco fosse la sua anima.

X Ray Guernica (particolare) - Ron English - Piazza Giustiniani - Roma

X Ray Guernica (particolare) – Ron English – Piazza Giustiniani – Roma

Marylin Moroe sorride triste tra le notizie anche della sua morte mentre due scheletri sorridono a lei e sembrano incoraggiarla a compiere quel difficile passaggio.

X Ray Guernica (particolare) - Ron English - Piazza Giustiniani - Roma

X Ray Guernica (particolare) – Ron English – Piazza Giustiniani – Roma

Il bambino morto, che la madre ormai ridotta a scheletro piange, giace su dei fogli di fumetto dei Puffi, gli unici ritagli che portano un po’ di colore alla scena. Una sottolineatura dell’inutilità della morte violenta e del fatto che essa arriva stupidamente a interrompere una vita attraverso una mano ancor più stupidamente armata.

X Ray Guernica - ron English - Piazza Giustiniani - Roma

X Ray Guernica – ron English – Piazza Giustiniani – Roma

Ed ancora leggiamo che il grande presente/assente della scena, Pablo Picasso, muore all’età di 91 anni, e che Nixon si dimette travolto dagli scandali mentre i Giapponesi bombardano l’Alaska e l’uomo passeggia sulla luna.

Il dramma per Ron English è totale. Il guerriero caduto ha una testa che sembra essersi svitata dal corpo. E pure il piccolo fiore scompare dalla scena.

X Ray Guernica (particolare) - Ron English - Piazza Giustiniani - Roma

X Ray Guernica (particolare) – Ron English – Piazza Giustiniani – Roma

La tensione verso Dio resta come resta l’inutilità di rivolgersi a lui almeno in condizioni così estreme e disperate, tanto che pure la fiammella della lampada ad olio si è spenta.

X Ray Guernica (particolare) - Ron English - Piazza Giustiniani - Roma

X Ray Guernica (particolare) – Ron English – Piazza Giustiniani – Roma

 

P.S.: Le foto del Guernica e dei suoi particolari sono state scaricate dal web ai seguenti siti:
http://www.pulsazioni.net/multimedia/immagini/guernica2.jpg
http://www.disfrutamadrid.com/fotos/guernica.jpg
http://www.francescomorante.it/images/309a2.jpg
http://www.museoreinasofia.es/coleccion/obra/guernica
http://bobhiggins.files.wordpress.com/2011/01/guernica.jpg
http://www.cultorweb.com/Picasso/IMG/Particolari/guernica_pablo_picasso_01s.jpg
https://sweetartonstreet.files.wordpress.com/2014/12/38e1c-002-065-15.jpg

http://www.carloorsi.com/immagini/large/002-065-09a.jpg
http://theopensourcepa.altervista.org/lib/exe/fetch.php?media=002-065-10a.jpg
https://lorettadalola.files.wordpress.com/2013/11/guernica_arms-raised-detail_400.png
http://www.minerva.unito.it/Theatrum%20Chemicum/Pace&Guerra/ImmaginiRadice/FallenWarriorA.jpg.