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Per fare esperienza dei segni è necessario camminare per la città, seguendo piste e suggerimenti che dai muri stessi arrivano.

Un ingrediente assolutamente necessario è la curiosità: se non si è curiosi non si può cercare e passare al successivo elemento.

E’ ovvio che l’accoppiata cammino/curiosità porta inevitabilmente a fare scoperte: angoli delle città dimenticati o poco conosciuti, spesso un po’ puzzolenti o ritenuti dai più pericolosi ed infidi.

Gironzolando per quella che a Roma è detta la Città dell’altra economia, che è ancora miracolosamente ospitata dentro l’enorme area dell’ex mattatoio, anche se di altra economia ormai è rimasto ben poco, per capire cosa era sopravvissuto delle installazioni lì presenti e cosa quindi può stare ancora dentro un percorso alla scoperta dell’arte di strada, ho scoperto che parte del Campo Boario oggi ospita una delle sedi dell’Accademia di Belle Arti di Roma.

Lo scopro più che altro perché sento delle voci e allora cerco l’ingresso.

Lo trovo ed entro in uno spazio enorme, praticamente vuoto, delimitato da pareti che hanno un che di provvisorio ma che sono interamente coperte da un intervento di Agostino Iacurci.

Enorme, lunghissimo, occupa i tre lati dell’enorme cortile dell’Accademia medesima.

Cerco di abbracciare con lo sguardo l’insieme e mi riprometto un’analisi più dettagliata ed una comprensione del soggetto facendo lentamente il giro dello spazio e del perimetro così racchiuso.

Comincio dal lato corto che è sulla destra dell’ingresso. Faccio le prime 3 fotografie,

Agostino Iacurci - Campo Boario - Roma

Agostino Iacurci – Campo Boario – Roma

e qualcuno richiama la mia attenzione.

E’ il custode della scuola che molto cortesemente mi informa che non si può fotografare.

Come dico, cercando di sfoderare un sorriso tranquillizzante perché non prenda le mie parole come un’aggressione alla sua persona, la scuola è pubblica (c’è pure la bandiera della repubblica), il luogo che lo ospita è pubblico (proprietà forse della Regione Lazio, quindi dei suoi cittadini), lo stipendio di chi lavora lì dentro è pagato dalla comunità, compreso quello di chi ha invitato Agostino Iacurci a realizzare il dipinto. Probabilmente lo stesso artista sarà stato pagato (mi auguro per lui) pescando da soldi pubblici, tutti siamo quindi proprietari del luogo e degli oggetti che lo compongono e però non si può fotografare?

Il custode dice che lui non ne sa molto. Gli è stato solo detto di dire che non si può.

Insisto, non per fotografare, ma mi interessa capire che percezione del luogo e del pubblico ha quindi gli chiedo: lo sa che è pure suo? Dice si e mi piace.

Ecco. Questa è una risposta che mi piace e me ne vado senza fare altre fotografie.

E allora?

Allora me ne vado pensando alla stupidità di certi ordini.

Allora penso che comunque un obiettivo dell’opera almeno è stato raggiunto: io e il custode abbiamo parlato e ci siamo confrontati su un tema che dovrebbe essere al centro dei pensieri di molti cittadini: la proprietà pubblica di tante cose che finiamo per considerare private o alle quali siamo indotti a pensare come private.

Allora aggiungo mentalmente la questione ora molto dibattuta sulla street art: ma è pubblica o privata?

Per me le opere degli artisti di strada sono pubbliche e lo sono certamente nella testa e nelle mani di chi quegli interventi li fa spesso senza alcun ritorno economico per donare al passante una nuova visione dello spazio, una nuova maniera/possibilità di vivere quello spazio.

Certamente l’artista in molti casi ha un grandissimo ritorno di immagine, che a volte ha una grande ricaduta sul valore del medesimo autore quando e se decide di passare in galleria.

Di fatto il vero spirito”rivoluzionario” e profondamente innovativo è proprio che attraverso le azioni di questi artisti (tutti a prescindere) l’arte esce dal museo e invade la città. Tutti ne possono godere e beneficiare senza alcuna differenza di casta o censo.

Tutta la città può potenzialmente tramutarsi in un museo dove si può decidere di lasciare al tempo e ad altro di fare la sua parte oppure dove si può decidere di preservare, restaurare e conservare….

Anche su questo il dibattito è aperto.

Nel caso dell’opera di Agostino Iacurci all’Accademia di Belle Arti il paradosso è grande visto che a poca distanza c’è un’altra enorme istallazione dello stesso Iacurci  che chiunque può vedere, fotografare, taggare come Luca, Abo e Soso hanno già fatto.

Fish'n'kids - Agostino Iacurci - Roma

Fish’n’kids – Agostino Iacurci – Roma

L’opera è viva e partecipa alla vita di tutti, di quelli che passano, e, forse soprattutto, di quelli che lì ci vivono. E non credo che Agostino Iacurci, come nessun passante si senta defraudato di qualcosa perché una finestra si apre con i suoi panni stesi nel dipinto

Fish'n'kids - Agostino Iacurci - Roma

Fish’n’kids – Agostino Iacurci – Roma

ed un’altra è lì con la sua antenna e le piante, a ricordarci che dietro quel muro pubblico c’è una vita privata.

Fish'n'kids - Agostino Iacurci - Roma

Fish’n’kids – Agostino Iacurci – Roma

Né penso che gli abitanti di quel luogo si sentano privati di qualcosa perché chi passa di lì ed alza il naso e magari ha con se una macchina fotografica, scatta una foto prima di passare oltre.

Fish'n'kids - Agostino Iacurci - Roma

Fish’n’kids – Agostino Iacurci – Roma

Quindi che cosa esattamente è pubblico e che cosa è privato?

E più in generale hanno senso queste divisioni? Perché io posso fotografare qualsiasi cosa desideri al Museo Nazionale di Napoli e non posso fotografare Agostino Iacurci dentro il cortile di una scuola pubblica?