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Salgo la scala. Gli scalini bassi e larghi, consumati.

Diego Miedo, Arp e Zolta - Je so' pazzo

Diego Miedo, Arp e Zolta – Je so’ pazzo

Sto facendo quello che ho fatto tante volte.
Conduco persone a vedere muri. Muri che per me parlano. Cerco ci tradurre questi muri anche per gli altri. Dare una chiave di lettura. Suggerire che non sia barbarie. Parole. Comunicazione. Racconto.
In cima alla scala, lo so, c’è il muro dipinto da Diego Miedo, Arp e Zolta.
Lo so. Ed infatti non è questa la mia meta. Dovrei, vorrei, andare altrove.

Diego Miedo - Je so' pazzo

Diego Miedo – Je so’ pazzo

Ma nello scendere vedo la porta aperta. La volta precedente era piena estate e sudore. Era tutto chiuso.
La porta aperta e la giornata particolare, è il 31 dicembre, mi inducono ad entrare. Chi può stare all’ex Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Napoli, quello antico di Via Imbriani, oggi? Chi può decidere a Napoli di non prepararsi per il veglione o per il cenone?
Entro. Chi è con me è titubante, ma io penso che ne varrà la pena.
Dal punto di vista della testimonianza fotografica certamente, ma a volte si possono avere incontri meravigliosi e che lasciano traccia.
Entriamo dunque. Chiedo se posso fare qualche foto ai muri. Specifico. Niente persone. Solo i muri. So che gli occupanti sono sempre sospettosi. Nel più indifeso visitatore si può celare un poliziotto. Trovo però ragazzi tranquilli. Gli animi sereni sono certamente il segnale che qui non è come dove vivo. Scoprirò solo dopo che in realtà l’occupazione dell’Ex OPG è in qualche maniera approvata dal Comune di Napoli che già da molto tempo ha chiesto al demanio l’affidamento degli spazi.

Aula studio - Je so' pazzo

Aula studio – Je so’ pazzo

Ma non è che qui non rischino di essere sgombrati, solo che vogliono far conoscere la storia del luogo, dell’occupazione, degli obiettivi che si sono posti. Sono obiettivi politici di vertenze sindacali ad esempio, ma sono anche obiettivi sociali: restituire ad una comunità un luogo, uno spazio vivo e da vivere, e camminando all’interno del complesso che fu prima monastero e poi ospedale psichiatrico giudiziario ci racconteranno tutto.
E penso che il muro ha colpito ancora. Mi ha attirato con i suoi colori e mi ha incastrato in una storia, e ora mi lascio trasportare da questa.
E’ quello che dovrebbero fare i muri a dispetto di qualsiasi speculazione e quante ce ne sono ora nella città in cui vivo.
E allora mi faccio trasportare dalla storia.
Dal piccolo chiostro su cui si apre il bar in corso di allestimento, si salgono pochi gradini ed ecco subito a destra la sala visite. Qui i detenuti, i pazzi criminali, incontravano le loro famiglie.
Un lungo tavolo. Una lunga teoria di sedie a destra, una luna teoria di sedie a sinistra. Mi chiedo se fossero pericolosi. E se lo erano perché non c’era protezione e divisione.
Oggi è aula studio.
Un aula dove gli studenti possono studiare in un tempo in cui gli spazi deputati a questo, come le biblioteche, vanno restringendosi, ma anche uno spazio dove confrontarsi, in un tempo in cui l’università è veloce, agile e scattante.

Je so' pazzo

Je so’ pazzo

Semestri incalzanti che non lasciano il tempo di sedimentare quanto appreso. Il voto, la media, i crediti, la somma e la differenza. Tutto al di sopra di quello che dovrebbe essere la formazione.
Ed ora capisco meglio quello che l’occhio aveva colto su un muro del chiostro piccolo, e forse anche la filosofia che sta dietro questa idea folle:

“….Tu prova ad avere un mondo nel cuore
e non riesci ad esprimerlo con le parole….

Qui all’Ex OPG c’è però un’altra realtà. L’ospedale si è trasformato, e nell’occupazione è diventato Je so’ pazzo. Un luogo che la pazzia o forse meglio la capacità visionaria vuol far diventare altro.
Piccolo corridoio altro chiostro. Un piccolo passaggio conduce al campo di calcio. Era pure quello dei detenuti, ma oggi tirano calci i ragazzi. Il calcio popolare in un centro di Napoli certamente avaro di spazi e di possibilità.
I muri parlano con chiarezza dell’obiettivo che ci si pone qui quando si gioca a calcio. Imparare a stare insieme senza odiarsi, rispettando le regole. S’immaginano i ragazzini sgambettare e correre, imparare a tirare calci al pallone, ma fa impressione comunque questo campo stretto tra pareti altissime, con la torretta e le finestre con le sbarre.

Campo di calcetto - Je so' pazzo

Campo di calcetto – Je so’ pazzo

Certo oggi ci saranno risate, ma solo fino a qualche anno fa (2008) la disperazione, anche tra quelli che non erano considerati così pericolosi da poter giocare a pallone in cortile, doveva essere pane quotidiano.
Si ritorna sui propri passi si attraversa il chiostro più grande, alle pareti dei mosaici e colori dicono altre storie. Si arriva alle stanze che oggi accolgono le attività di doposcuola. Colore e calore insieme, anche se alle finestre sempre le sbarre ci sono.

Castello Pazzo - Je so' pazzo

Castello Pazzo – Je so’ pazzo

Ma qui c’è vita che passa oltre, inarrestabile. La stanza per i più piccoli con il parquet curato e pulito fortemente voluta dalle neo mamme che qui si incontrano prima del parto e qui si aiutano dopo, quando è tempo di tornare al lavoro e non si sa a chi lasciare il bimbo.
I ragazzi raccontano di come i quelli più piccoli (elementari e medie) vengano seguiti nel doposcuola, di come a volte sia necessario fare da mediatori tra la scuola e la famiglia, di come si cerchi di sottrarre i più grandi alla strada.
Ed in questa Napoli così tesa tra una ripresa tutta di volontà della società civile e la violenza della guerra di camorra che continua ad insanguinare le strade, e davanti alla quale la società civile poco può fare, incontrare questa realtà così positiva, così proiettata al futuro, al bene comune alla condivisione fa immaginare (effetti della pazzia) che un’altra realtà sia possibile.
Ma ecco arrivare dritto allo stomaco il primo pugno, teso e forte.
A ricordarci che qui c’è stata ben altra vita, un muro dipinto da alcuni ex detenuti, 26 anni fa.

Reclusi e costretti - Je' so pazzo

Reclusi e costretti – Je’ so pazzo

Il passaggio è piuttosto buio ed angusto, ma i colori sono brillanti. Da dentro il carcere giudiziario, un luogo non solo di detenzione, ma spesso di tortura, i cinque artisti reclusi e costretti pensano ai simboli più noti di Napoli, 26 anni fa, ancora oggi e forse per sempre. Totò, Eduardo e Pulcinella.

Reclusi e costretti - Je so' pazzo

Reclusi e costretti – Je so’ pazzo

Simboli non casuali per quei detenuti e per questa città. Ma il muro è un puzzle colorato e ci sono pure i sogni. Si sogna che seduti si possa stare ad una finestra senza sbarre da cui si vedono spighe di grano e cielo blu. Si sogna che il muro si squarci, che sia il tempo stesso a bucare quel muro e ad abbatterlo, e che finalmente il mare, il Castel dell’Ovo e il Vesuvio irrompano nella vita dell’Ospedale Psichiatrico. L’attesa, il desiderio, la speranza, in una girandola di colori. Una testimonianza che mostra i segni del tempo.

Reclusi e costretti - Je so' pazzo

Reclusi e costretti – Je so’ pazzo

Un documento importantissimo che sarebbe bene non andasse perso. I ragazzi raccontano che uno degli autori del muro è tornato a vedere cosa ci fosse ora all’OPG e ha rivisto la sua opera. Dico, suggerisco che sarebbe da restaurare. Potrebbero farlo gli ex detenuti se fosse possibile rintracciarli oppure chiedere a Zolta o a Diego Miedo di farlo.

Reclusi e costretti - Je so' pazzo

Reclusi e costretti – Je so’ pazzo

Chiacchierando, i ragazzi sono un fiume in piena di storia, di storie, d’idee e di concretezza, passiamo a visitare la palestra che si sta allestendo nei locali della cucina industriale e poi il teatro Raggio di Sole, 150 posti e spettacoli anche importanti che richiamano gente e mantengono vivo ancor più il luogo. Ma è tempo per il secondo pugno allo stomaco.
L’ora d’aria.
Appena vedo queste gabbie (e poi ci indigniamo per quelle dello zoo) mi riecheggiano in testa i versi della canzone di De Andrè, che non mi abbandoneranno più:

“….Di respirare la stessa aria
di un secondino non mi va
perciò ho deciso di rinunciare
alla mia ora di libertà

se c’è qualcosa da spartire
tra un prigioniero e il suo piantone
che non sia l’aria di quel cortile
voglio soltanto che sia prigione
che non sia l’aria di quel cortile
voglio soltanto che sia prigione……

Je so' pazzo

Je so’ pazzo

Nulla può cancellare quello che qui avveniva, né il colore sui muri, né la rete di pallavolo.
Sono gabbie dove come poveri animali impazziti o lasciati impazzire si aggiravano uomini, a volte anche ragazzi, a cui non era lasciata nemmeno la dignità di fare i propri bisogni con discrezione.
Mi chiedo se è questo quello che ancora oggi in moltissime carceri si intenda con riabilitazione e cura. Davvero è possibile pensare che una persona a cui venga tolta qualsiasi forma di dignità possa riabilitarsi e tornare a reintegrarsi nella società, da cui era già uscito?
I muri parlano di pesci in gabbia, di uomini sospesi tra la vita e la morte o in putrefazione, di steccati che si possano rompere e superare, di sofferenze e di pazzia, nella quale c’è comunque la speranza di uscire, di vivere, di respirare aria che non sia quella di questo cortile.

Je' so pazzo

Je’ so pazzo

E i ragazzi parlano e raccontano e a te sembra che la svolta davvero ci sia che l’aria del cortile sia cambiata e che nonostante le gabbie questo cortile possa essere altro da ora in poi.
Ma i pugni allo stomaco non sono finiti.
I ragazzi ci accompagnano al primo piano a vedere un reparto.
Celle piccole in cui stavano in almeno tre detenuti. I piedi del letto cementati a terra. Erano letti di contenzione a cui i detenuti venivano legati anche per giorni, lasciati a marcire nei loro propri escrementi. Le porte con le sbarre e gli spioncini. I buchi nel muro del bagno perché i detenuti fossero sempre visibili.
Le docce comuni a vista
Una realtà alienante per fortuna sostituita da voglia di vivere, da idee, iniziative, fantasia e strutture di supporto.
L’ultima che visitiamo è l’ambulatorio popolare. Gratuito. C’è il medico volontario che presta l’opera per quelli che non hanno o non hanno più l’assistenza sanitaria. C’è un piccolo dispensario. Le medicine (anche io donerò le mie) sono portate da chi vuole contribuire. Vengono accettate solo scatole nuove, integre di farmaci non scaduti.

Ambulatorio popolare - Je so' pazzo

Ambulatorio popolare – Je so’ pazzo

Ecco questa è la storia dell’Ex OPG oggi Je so’ pazzo.
E meno male che c’è ancora chi è abbastanza pazzo da pensare che un’altra realtà sia possibile e che cerca pure di realizzarla.

“…..Venite adesso alla prigione
state a sentire sulla porta
la nostra ultima canzone
che vi ripete un’altra volta
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.

Per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti….”

P.S.: Ringrazio i ragazzi che mi hanno dedicato tantissimo tempo e mi hanno raccontato la storia del prima e dell’adesso ed anche del futuro.
Una galleria fotografica più completa di Je so’ pazzo la trovate seguendo il link associato alla foto del pezzo di Guido Rezor.

P.P.S.: I testi citati delle due canzoni sono “Un matto” e “L’ora di libertà” di Fabrizio De Andrè. Le potete ascoltare seguendo il link indicato dai puntini.

Guido Rezor - Je so' pazzo

Guido Rezor – Je so’ pazzo